“I sette peccati di Hollywood”- Oriana Fallaci

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Sin dall’inizio della lettura, mi sono accorta di essere di fronte ad un Oriana diversa in particolar modo dalla tematica trattata. Forse, perché sono partita a leggere libri più recenti come La rabbia e l’orgoglio o Lettera ad un bambino mai nato ma questo qui non mi ha colpito molto né mi è arrivato dritto al cuore. Anche se devo dire che lo stile è inconfondibile, il suo desiderio di smascherare, il disincanto lo ritroviamo anche in altre opere; inoltre la parte dedicata alla Monroe, alla Garland e Sinatra mi sono piaciute particolarmente. Veniamo, dunque alla recensione per comprendere i peccati delle star.

“A Hollywood, l’eterno triangolo non è costituito da lui, lei e l’altra: ma dall’attore, il coniuge e sé stesso. Governati da una narcotica vanità, essi vedono qualsiasi cosa attraverso il prisma del proprio interesse personale e vivono in unico mito che esalta se stessi. Donde, il divorzio”.

Nel 1958 Oriana Fallaci pubblica il suo primo romanzo su Hollywood, la patria delle celebrità. Tale opera si presenta come una grande narrazione dell’industria del cinema attraverso metaforicamente il buco di una serratura, si presentano le celebrità più in voga, il mito della fama, l’incanto e il disincanto di quel mondo. La Fallaci pubblicò il libro, quando già era una giornalista affermata, dimostrando di essere capace di scrivere in maniera ottimale per l’impegno che metteva nelle sue interviste corpo a corpo. Il suo amore per la letteratura è più vivo che mai in queste pagine che non le fa mai abbassare la guardia sulla buona scrittura e le ha permesso di dialogare e conquistare alcuni miti importanti tra cui Orson Welles, ammirato per la sua intelligenza. 

Tuttavia, il libro si apre con l’inseguimento alla star di quel periodo Marilyn Monroe, tanto bella quanto sfuggente e capricciosa ma che l’Oriana non riuscì ad intervistare per le sue continue negazioni. La Fallaci si distingue anche in questo perché piuttosto che nascondere il suo “fallimento”, raccontò la vicenda senza occultare i dettagli di quei giorni. Una sconfitta che si mescola ad autoesaltazione del suo modo di scrivere, della sua lotta a scovare la notizia e della voglia di raccontare quelle che sono le gioie e i numerosi dolori di quel mondo. Ella riesce a tracciare il profilo di Judy Garland, l’attrice bambina che soffre sin da piccola perché le era vietato di mangiare cioccolato per controllare la sua linea e così scoprì presto l’uso delle pillole. “Le pillole per dimagrire, e poi quelle per dormire, e poi quelle per svegliarmi, e poi quelle per stare tranquilla”. Una donna piena di dolore che sogna per i suoi e in particolar modo per la figlia Liza, un mondo diverso lontano dalla cruda realtà di Hollywood. Accostata alla sua immagine troviamo altre star come Kim Novak e tutto il fenomeno di glamorizzazione intorno alla sua nuova identità. Nuova nell’aspetto, nuova nel comportamento e anche nel nome, Kim da ragazzotta di origine cecoslovacca diventa una bionda ossigenata che aveva il compito di cancellare dalle menti la Monroe. Nonostante ciò dietro al trucco, alla maschera indossata da Kim si nasconde una ragazza umile desiderosa di apparire e assomigliare alle ragazze che sfilano sul red carpet. 

In realtà questo libro appare molto moderno, ci dona uno sguardo sui divi degli anni Cinquanta che ad un attento occhio assomigliano a quelli di ora con tanto di neo-vip a seguito, desiderosi di copiarli in ogni movenza. La Fallaci riesce a far luce sui segreti, intrighi e tradimenti di quel mondo, sfoderando tutto il gusto per lo chic, la passione per i cappelli, stupendo le star. Dietro alla sua facciata da giornalista si nascondeva una civettuola femminilità che sapeva coltivare arti come cucinare, ricamare e scrivere, riscrivere paragrafi interi delle sue interviste finché non fossero perfetti.

“Quando lavoro dimagrisco, divento isterica, perché sono una scrittrice molto lenta, e riscrivo ossessivamente”.

Viene trattato anche il tema della censura, affermando che l’Italia sta messa peggio, poiché analizzando la posizione di divi come Mankiewicz (colui che non ama Hollywood e l’abbandona per dare un futuro migliore ai suoi figli) che diceva della censura a Hollywood di esser la città più liberale al mondo. Poi abbiamo Elia Kazan, autore di Baby Doll considerata la più sporca pellicola dell’industria del cinema ma che tuttavia non fu bocciata dalla censura né per il soggetto né per la sceneggiatura. Infine Orson Welles, stravagante e geniale, considerava la Fallaci una sorta di Mata Hari, diceva che: “Hollywood è una caserma di schiavi senza anima. Le sembra un posto per me? Io pesto i piedi alla gente. E’ possibile che questi si facciano pestare i piedi senza replicare?”

Anche se nel 1930 fu coniato il Motion Picture Code, rispettato per ventisei anni, il film presentano scene di sesso, anzi rimane l’aspetto dominante quindi in un certo senso il codice lascia un margine di libertà, delle scappatoie alle quali appellarsi durante la realizzazione di un film. Il codice si preoccupa molto del crimine ma il 70% dei film hollywoodiani parla di violenza e omicidio, quindi la censura esiste ma chi la rispetta rigidamente lo fa per convenienza, perché di fronte di trova un pubblico puritano e conformista.

Per concludere ecco qui una serie di regole del codice, per quanto riguarda il sesso e il crimine:

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