“Nata senz’ali”-Valentina Lippolis

“Ma che farfalla mai sarei dovuta essere? Una farfalla senz’ali. Poteva anche essere. Nata senz’ali. Era questa la spiegazione più plausibile. Non potevo spiegarmi in volo, essere libera, vivere in maniera completa, perché non avevo le ali”.

A primo impatto il titolo del libro, Nata senz’ali, mi ha donato subito un senso di malinconia e mi ha fatto pensare a due cose. Alla frase della canzone, L’amore è un gioco di Dolcenera: “Se solo, invece di scarpe con i tacchi avessi un paio d’ali, io volerei da te”; e alla poesia letta un paio di giorni fà, sul sito poesie e racconti di Anna Marinelli:

Se avessi un paio d’ali le vorrei forti, possenti,
capaci di sopportare le fatiche di una trasvolata…
Volerei in cerca di terre e di luoghi immateriali
dove non vige la dittatura del tempo.
Raccoglierei le stelle con la pertica del solo pensiero
arriverei a toccare la linea di discrimine
dell’inarrivabile orizzonte.
Mi trastullerei sui crinali delle onde più altezzose.
Planerei in picchiata a mescolarmi con un mare di delfini…
Vorrei essere angelo e gabbiano,
Piume bianche indosserei, avrei nell’armadio una sola livrea,
una impalpabile di spirito e seta
una di piuma e sale,
quello che si raccoglie nelle vigne del mare.

 

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Direi, quindi che il libro di Valentina Lippolis, scrittrice emergente, mi ha colpito sin dalla prima occhiata. La stessa dedica iniziale al libro l’ho trovata molto commovente. Passando alla trama. La protagonista della storia è una donna molto particolare, piena di ansie, dubbi e animata da una profonda tristezza che le si è attaccata addosso sin dalla nascita. Il suo nome è Carla. Pian piano nelle pagine si racconta sia attraverso la lettera lasciatele dalla madre sia tramite i suoi racconti d’infanzia ed adolescenza. Da queste storie, emerge una donna fragile che vive in un suo mondo chiuso e cieco, privo di attenzione per il proprio sè e più attenta agli eventi che le accadevano intorno. Una donna ancora chiusa nel suo bozzolo che non era pronta a diventare farfalla che non si vedeva in quel mondo. Non era un fiore sul punto di sbocciare, una farfalla che dispiega le sue ali ma più una pianta morta in attesa che le cose scorressero intorno a sè.

“Qualsiasi cosa tocco, sparisce. O forse la vita è proprio questo. Tu ti accingi a far qualcosa e le puntualmente mescola le carte e ti disfa tutto. Ti annulla gli appuntamenti senza preavviso. Oramai ho smesso di sognare. Avrei dovuto abbandonare il vizio del fumo e invece ho messo da parte i sogni. Perché con i sogni spesso ti fai male. Credi di essere sul punto di volare come quando alzi un pò il gomito o ti fumi qualche roba e invece ti ritrovi di sedere per terra e pieno di lividi”.

Lo stile della Lippolis è molto diverso dai romanzi degli autori emergenti che ho letto. La scrittura è elegante e minuziosa, vi è una ricerca costante di metafore e parole adeguate, Inoltre, ha avuto la brillante idea di dividere il testo nei 4 momenti fondamentali nell’evoluzione della farfalla: Uovo, Bruco, Crisalide e Farfalla. Di conseguenza, è come se la protagonista seguisse questo passaggio. Si parte da un mini excursus sul suo passato e la scoperta della presenza/assenza della sorella Vanessa fino ad arrivare al suo rapporto con i primi amici d’infanzia. E da qui, che inizia la sofferenza di Carla, un fallimento di un primo amore ed amicizia che le si avvita nella schiena e la condizionerà per tutta la sua vita. Si accosterà alla vita in maniera inerme: non ci ciba per piacere ma per sopravvivere, il rapporto con i genitori è quasi inesistente e le sue relazioni sono spesso malsane o tragiche. La sua relazione, per esempio, nella fase matura con Adriano mi ha estremamente colpito, più che altro per la sua conclusione. Quanto può essere tragica la vita? Quanto dolore si può riservare ad una persona sola? Un processo continuo di sventure e delusioni per una donna nata senz’ali che non riesce a spiccare il volo.

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Mi sarebbe piaciuto di più sapere del suo rapporto con la madre e della sorella Vanessa ma mi rendo conto che non erano il fulcro della storia bensì l’inizio del problema di Carla, da dove è nata la sua sofferenza. Ciò nonostante, Carla nasconde dentro di sè, una voglia di vivere che nemmeno lei sa di avere e lo dimostra nella ricerca costante di piccole attenzioni dagli uomini e dai genitori. Anche un piccolo segno marchiato sulla pelle può donare un grande significato se fatto con il giusto spirito perché lo si carica di valenza ed emozioni.

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“Da bambina amavo leggere, immaginare, sognare. Crescendo ho compreso che il lieto fine delle favole è una contraddizione. Che nella vita reale non esiste. Forse dovrebbero evitare di illuderci da piccoli, di farci accumulare speranze che dopotutto non possono stare in piedi. Basta! Non voglio più niente. Mi mancano troppe cose, ho la lista della spesa talmente zeppa che ho deciso di depennarle tutte, di strappare il foglio”.

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La fine del romanzo l’ho apprezzata molto, era la conclusione adeguata al romanzo, in quanto lascia al lettore un chiaro messaggio: Bisogna ricercare la propria identità, lottare per il proprio ruolo nel mondo e spiccare il volo. Nonostante, Carla lo comprenderà solo un tragico evento, ci insegna che non è mai troppo tardi per lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare tutto d’accapo: nuovi rapporti, nuovi amori, nuova vita. E’ un libro per tutte quelle donne che portano dentro una grande sofferenza e si vedono solo dentro un bozzolo; per tutte quelle persone che non riescono più ad amare; per tutte quelle donne che avrebbero bisogno di piccole attenzioni per essere felici e per tutte quelle persone che hanno bisogno di una spinta per prendere in mano la propria vita. 

 

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