“Ambrose”- Fabio Carta

Titolo: Ambrose
Autore: Fabio Carta
Pagine: 212
Anno: 2017
Editore: AlterEgo

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“Il senso di milioni di vite appeso all’aspettativa di una felicità virtuale;
vivevano vegetando in attesa di questo, qualunque cosa significasse, della
pace, chissà; per tutto il resto, c’erano le risate”.

Lettori, oggi mi ritrovo a fare una recensione su un libro che tratta una tematica da me poco conosciuta, quindi, mi scuso in primis se magari le mie considerazioni appariranno in alcuni punti poco chiare. Il romanzo in questione è Ambrose di Fabio Carta. Esso parla di CA, uno spazionoide discendente degli umani che hanno colonizzato parte del sistema solare. Voleva partecipare alla missione Nexus per contribuire a nuovi progressi per l’umanità all’insegna della pace ma qualcosa è andato male e per non essere ucciso dalle metastasi che si sono sviluppate nel suo corpo deve vivere in una speciale tuta robotica. Inoltre, CA è costretto a vivere in una condizione di continua guerra, mantenendo dei rapporti virtuali con copie virtuali di umani. Ciò lo porterà ad avere dei dubbi nel momento in cui si manifesterà Ambrose, perché egli è sicuro che sia frutto della sua immaginazione.

Ambrose è un’opera di non facile lettura, sia per la trama sia per il linguaggio. Questo perché la trama è ambientata in un universo narrativo parallelo del tutto diverso da quello che siamo abituati a rivedere nei fantasy. Difatti, Ambrose è ambientato nel sistema solare in un futuro non troppo lontano, dove la vita si svolge in maniera del tutto diversa. Alla base vi è uno scenario apocalittico  e CA ne risulta prigioniero, isolato nella sua tuta; gli stessi contatti con altre persone risultano artificiali. Anzi, sembra difficile distinguere i reali rapporti da quelli finti, la realtà dall’illusione. Lo stesso stile della narrazione è molto specifico e moderno,rifacendosi a termini e nozioni di robotica, tecnologia e fantascienza. L’atmosfera che accompagna l’opera è cupa e melanconica ma fortunatamente le massime sarcastiche di CA rendono l’opera meno drammatica. 

“Soffri, muori e risorgi a nuova vita, se ci riesci, per poi soffrire di nuovo”.

Ambrose è un libro che non viene compreso ad una prima lettura, vi è bisogno di più letture per capirne il senso. Nonostante per tematica esso sia fuori dalle mie preferenze, devo dire che la descrizione della devastazione della Terra mista a speranza per un futuro nuovo mi ha colpito. Esso è un romanzo breve ma complesso, composto da mille sfaccettature, ciò che lo rende speciale sta nella storia introspettiva e soggettiva di CA. Tutto il romanzo è incentrato sulle emozioni, percezioni di CA che rendono umano il libro. Tuttavia, il suo punto di vista non fa altro che frantumarsi in mille sfumature e mille opinioni di interlocutori diversi, i quali rispondono ai vari interrogativi del mondo. Le risposte anche se non in maniera esplicita compariranno nei nove capitoli dell’opera che mostra attraverso una serie di episodi, i mille volti di CA e dei suoi co-protagonisti. 

“L’umanità s’è sempre portata verso nuove sfide, nuovi orizzonti. Nessuna
sfida è troppo ardua, nessun orizzonte troppo lontano se siamo uniti
come specie; uniti in una nuova specie. La Terra è la nostra culla, ma non
potevamo rimanere nella culla per sempre”.

Carta è abilissimo nel passare da un ambiente all’altro, da un personaggio ad un altro, cambiando continuamente registro: dall’ironia all’azione bellica, dal delirio psichedelico all’invenzione distopica. Le stesse risposte che egli mi ha inviato alle domande che gli ho posto, confermano l’opinione che mi sono fatta di lui, ovvero che egli è uno scrittore che dona molto peso alle parole. Tende a studiare, selezionare ogni singola parola, non lasciando nulla al caso anzi tende sempre a specificare, analizzare e far comprendere. E’ una cosa che di questo libro ho apprezzato molto. Il capitolo finale, credo, sia quello che ho apprezzato di più per l’umanità (sembrerebbe strano) che esprime CA. Lo consiglio a chi è affascinato da questo mondo oa chi vuole sfidare se stesso nella lettura di un’opera fuori dalle righe. Di seguito l’intervista. 

1) Da dove nasce Ambrose e l’idea di scrivere un libro fantascientifico?
Dalle mie passioni fantascientifiche, ovvero il cyberpunk e i mecha (ovvero i grandi robot pilotati della tradizione anime giapponese: mazinga, jeeg & co. per intenderci). Il tutto innestato, come la gemma di una pianta, su un vecchio background da me approssimativamente elaborato tanti anni fa. In questo senso Ambrose lo intendo quasi come un tributo ai miei tanti anni passati a seguire la sci-fi in ogni suo aspetto… diciamo multimediale.
Dirò una banalità: scrivo da sempre. Ma non da sempre con profitto. Solo da qualche anno (2009?) ho saputo sfruttare il metodo e la preparazione che mi venivano dagli studi per applicarli alla scrittura creativa. 
 
2) Si è ispirato a film e libri letti durante la stesura del romanzo?
Certamente… una su tutte Fanteria dello spazio di Heinlein, ma anche Guerra eterna e Pace eterna di Haldeman. E poi Gundam U.C. ( di cui recentemente sto riscoprendo l’anime The Origin) e videogiochi come se piovesse! La serie Fallout per la tuta, Armored Core per il carapace automatizzato, Titanfall per il rapporto amicale con la IA dello chassis, Mechwarrior per le armi… Viviamo in un contesto di stereotipi letterari, cinematografici e ludici (o videoludici) da cui è difficile sfuggire. Il mio lavoro, a questo punto, sembra quasi un’opera meramente… compilativa. Speriamo che piaccia!
 
3) Vi è un personaggio nel quale si rivede particolarmente? 
Ogni esordiente mette qualcosa di sé nel suo personaggio. Tuttavia Ambrose non è un’opera diaristica. Il protagonista si chiama CA, un acronimo che sta per Controllore Ausiliario, ossia un nickname da lavoro che è anche però l’epiteto giusto per chi ha fatto della personalizzazione la sua professione. È un misantropo agorafobico e ipocodriaco, come tutti gli spazionoidi e vive la galassia frammentata dei suoi affetti più o meno virtuali nella confusione amplificata dalle allucinazioni indotte dalla sua grave malattia. Insomma, CA è un lagnoso ma simpatico psicopatico, che non chiede altro che lasciare una traccia del suo passaggio sul suo mondo moribondo e alienante. Solo una traccia a memoria di sé. Non vogliamo tutti quanti lo stesso?
 
4) Non pensa che un linguaggio tecnico come quello da lei utilizzato possa risultare ostico alla lettura da parte del lettore? Cosa si aspetta da coloro che si presteranno alla lettura di Ambrose?
Il linguaggio tecnico da me usato ha uno scopo ben preciso, ovvero confondere e scardinare il lettore dalle certezze che gli vengono prima di tutto dalla familiarità con ambiente e linguaggio. Ambienti, storie e rapporti umani diversi raccontati con termini diversi. Il risultato è sicuramente alienante, ma è una tecnica strumentale – da me mutuata dai capolavori del cyberpunk come Neuromante – necessaria a creare nel lettore il dovuto spaesamento, quasi una paura, una repulsione o una comprensione frammentaria dove alla fine piomba il messaggio. Un messaggio nobile, edificante: fratellanza.
 
5) Leggendo l’opera più volte ci si imbatte in parole come “nascita”, “rinascita”, “figlio”, ha cercato di lanciare un messaggio implicito? Lei crede che vi possa essere la possibilità di un mondo futuro dominato dalla tecnologia?
La genitorialità è una tematica che mi tocca da tempo, e tocca tutti noi. E’ il tramite per cui ci si rende immortali, sia biologicamente che intellettualmente – almeno in parte. Fa’ sì che ogni morte non sia stata vana, seppur nel grande – e apparentemente assurdo – gioco dispersivo della grande selezione evolutiva naturale. A maggior ragione tale rimando continuo lo si trova in Ambrose, dove i rapporti umani – e genitoriali – sono stravolti dalla virtualità dei social e dove l’umanità, pena l’estinzione, è al limite di un salto evolutivo. Un’evoluzione che non potrà che essere cognitiva ma, anche e soprattutto, tecnologica, in cui l’integrazione uomo-macchina viene data praticamente per scontata. Ne è anzi il requisito fondamentale.
 
6) Vuole aggiungere un parere personale per far comprendere al lettore il mondo di Ambrose o lasciare tutto all’immaginazione?
Ambrose è cyberpunk al 100%. Il vero cyberpunk non racconta storie dal punto di vista della “sala dei bottoni”, non ci sono le sorti dell’umanità messe nelle mani di pochi personaggi, buoni o malvagi. E quando questo accade è sicuramente frutto di un caso fortuito, non certo di un degno coronamento di innegabili virtù (o vizi) del personaggio in questione. La narrazione non è quindi discendente dalle vette inarrivabili degli eroi epici, eletti, predestinati et similia, ma sgorga, erutta spontaneamente dall’humus degli strati inferiori, ascendendo a lambire, quando capita, le trame più importanti delle vicende umane. E se succede, nessuno, nel caleidoscopico caos del mondo post-post-moderno transumanista, potrà mai dire come sia avvenuto. È un’anarchia da ammirare, da gustare, non da capire. Perché è impossibile, proprio come nella realtà. Dico tutto questo per rispondere alla domanda: perché Ambrose? Perché è cyberpunk. E il cyberpunk è una maniera, se non l’unica, di leggere fantascienza matura, finalmente libera dagli stereotipi ingenui che ci trasciniamo dalle rappresentazioni stucchevoli della Golden age, diffuse poi al grande pubblico con Star Wars e Star Trek. Non che non mi piacciano. Ma il cyberpunk, ragazzi, è un’altra cosa.
 
7) Progetti futuri? Pensa di scrivere un seguito?
Dovrebbe uscire a breve il terzo volume della mia saga Arma Infero, se l’editore è d’accordo, ovviamente. Il romanzo è già bello che scritto e aspetta solo il… momento giusto del mercato! Per il resto sto scrivendo un altro romanzo che si potrebbe definire cyberpunk, o cyber-dirty space opera, che dir si voglia. Una storia di miseria umana, tra materialismo, avidità e passioni incontrollabili sullo sfondo di una società umana del futuro, dispersa nelle isolate bolle spazio-temporali dell’universo relativo di Einstein.
 
La ringrazio per la velocità, ampiezza e precisione nelle risposte.
Grazie per la precisione e celerità.
 

 

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