“La nausea”- Jean Paul Sartre

Titolo: La nausea
Autore: Jean Paul Sartre
Pagine: 238
Anno: 1990
Editore: Einaudi

“Non m’accorgevo più che esistevo; non esistevo più in me, ma in lui: era per lui che mangiavo, per lui che respiravo, ognuno dei miei movimenti trovava giustificazione al di fuori, là, di fronte a me, in lui […] Io non ero che un mezzo di farlo vivere, lui era la mia ragion d’essere, mi aveva liberato da me stesso. Cos’avrei fatto, ora?”

Durante il mio percorso universitario, ho seguito le lezioni di Storia della Filosofia contemporanea e studiando mi sono accorta che pian piano cresceva il mio interesse nei confronti della figura di Jean Paul Sartre. Da sempre affascinata alla scrittura di Simone De Beavouir ( di cui ho letto e recensito due libri), alla corrente filosofica dell’esistenzialismo, la figura di Sartre si faceva sempre più presente. Per chi non lo sapesse Sartre è stato uno dei massimi esponenti dell’esistenzialismo e uno studioso le cui idee sono sempre state ispirate a un pensiero politico orientato verso la sinistra internazionale (parliamo degli anni della guerra fredda). Ha diviso con Simone de Beauvoir, nel 1929 all’Ecole Normale Superieure, la propria vita sentimentale e professionale. Sartre rimane molto influenzato dal pensiero di Husserl, anche se poi lo usa in modo originale, perché sin dai suoi primi studi egli vi imprime una forte critica psicologistica che sarà poi solo soppiantata da quella politica dopo il 1946. Le opere di maggior spicco saranno “La nausea” (1938): “Il muro” (1939), “I cammini delle libertà” (1945), “L’età della ragione” (1945), “Il rinvio” (1945), “La morte nell’anima” (1949), “Oeuvres Romanesque” (1981).

“Penso che siamo tutti qui a bere e a mangiare per conservare la nostra preziosa esistenza e che non c’è niente, nessuna ragione di esistere.”

Ho desiderato a lungo di leggere questo libro, perché ogni tanto trovavo su internet delle frasi che mi facevano salire la voglia di leggerlo. Così, la mia amica Mara me lo regalò per il compleanno. Nonostante la somma felicità nell’averlo ricevuto, ritengo che ogni libro abbia un momento giusto per essere letto. Il momento è arrivato un paio di settimane fa, quando il mio senso di nausea nei confronti della mia routine era arrivato al culmine. Il mio approccio con La nausea, è stato sin da subito ottimo. Nonostante sia scritto in un linguaggio aulico con mille metafore e paragrafi che non solo subito comprensibili, mi sono innamorata dello stile di Sartre. Dalle sue parole si comprende tutto il pensiero del filosofo e di come egli lo applichi fondamentalmente alla vita vissuta ed immaginata. In questo libro, egli narra di Antoine Roquentin, il quale scrive un diario provinciale dove il rapporto con sé stesso e con gli altri si manifesta sotto il segno della sconfitta: l’inesistenza delle cose, la loro dura e inaccessibile corporeità, il dato sessuale stesso come energia non liberatrice sono le sue sole conquiste. Sembra che solo spegnendo illusioni la sua coscienza trovi uno slancio.

“È dunque questa, la Nausea: quest’accecante evidenza? Quanto mi son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! Ed ora lo so: io esisto – il mondo esiste – ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto”

Nel romanzo di Sartre sembra innescarsi un procedimento simile a quello che ritroviamo nei libri di Franz Kafka: lo stesso dissidio interiore, la stessa nausea verso il mondo, la stessa forma inaccettabile verso i propri cari. Tuttavia, Roquentin scopre che la nausea non è solo nei confronti dell’esistenza ma egli stesso Nausea. Il senso che egli ritrovava nelle cose, si perde e tutto gli appare assurdo e contingente, tutto fuori esce dagli involucri della loro forma. La consapevolezza dell’aver a che fare con l’esistenza, di comprendere che egli esiste provoca la manifestazione della nausea, poiché l’aver preso coscienza comporta un intimo contatto con il proprio IO. I limiti dell’esistenza entrano in contatto con lo scorrere del tempo che scandiscono anche il ritmo incalzante della narrazione, coinvolgendo in toto il lettore. La vita che scorre, i sentimenti passati, l’esistere, tutto sfugge al controllo del protagonista che è costretto a fugaci incontri, ricordi deliranti e solitudini inspiegabili. L’esistenza, gli appare come un concetto fin troppo reale così piena di contraddizioni e contrasti, tra cui quello della volontà di autodefinirsi e la consapevolezza di non esserlo. Si vive in bilico tra l’assurdo e la negazione della vita stessa, tra il desiderio di spiegare la condizione umana e quella di trasgredire le regole troppo strette della società. Ciò che si evince dalle parole di Sartre è di non lasciarsi sopraffare dalla Nausea e ribellarsi all’angoscia che la vita ci pone di fronte. Ciascuno di noi deve riuscire a superare l’angoscia di vivere e vivere per l’appunto la vita in maniera autentica, oltrepassando i muri alzati dal conformismo e dall’indifferenza. 

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“(…) La Nausea m’ha colto, mi son lasciato cadere sulla panca, non sapevo nemmeno più dove stavo; vedevo girare lentamente i colori attorno a me, avevo voglia di vomitare (…) da quel momento la Nausea non m’ha più lasciato, mi possiede”.

La nausea è un piccolo capolavoro, da leggere a piccole dosi per non rimanerne risucchiati nella sua cruda e vera realtà. Sartre descrive la condizione esistenziale in cui perviene il protagonista (cioè sè stesso) e lo afferma con queste parole: “…alle tre del pomeriggio è troppo presto o troppo tardi per fare qualsiasi cosa“. Eppure Roquentin nella compilazione del diario, arriva alla conclusione che un cammino verso l’impegno sociale e civile può portare al superamento della nausea. Significative sono le ultime pagine, dove il protagonista abbandona il suo lavoro di biografo storico e decide di dedicarsi alla scrittura di un romanzo, poiché solo nella scrittura creativa egli può sperare di riportare ordine e senso alla propria esistenza. La Nausea è un libro che merita di essere letto, attenzionato ma che tuttavia, rimane un libro filosofico non adatto a tutti. 

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